| 08 Novembre 2008
Il globo terracqueo denominato Terra sembra arrivato al capolinea. Le prime avvisaglie si sono avute qualche decina di anni orsono con i tornado che più volte e sempre con maggiore intensità si sono abbattuti nei paesi del centroamerica e in alcuni stati degli Usa. Lo tuznami sulle coste dell'Oceano indiano ha allargato l'orizzonte dei disastri ma allagamenti, smottamenti e calamità varie non hanno risparmiato altre località, Europa e Italia comprese. Persino in Sardegna, è cronaca di questi giorni: fiumi, che per trovare nel loro alveo l'acqua si doveva togliere il detrito sassoso, hanno allagato case e campagne. L'atmosfera è inquinata, i ghiacciai si sciolgono, la desertificazione aumenta, l'acqua potabile diminuisce, molte specie animali si sono estinte e altre sono in via di estinzione. Orsi bianchi, pinguini, delfini e persino le balene sono destinati a scomparire; anche le api (così utili per l'impollinazione) sono state contagiate da una malattia che le sta decimando. Ma la malattia del pianeta non riguarda solo l'atmosfera, la fauna e la flora...
Anche la popolazione umana è contagiata da un male misterioso, per cui all'improvviso qualcuno imbraccia un fucile e stermina senza un motivo i suoi compagni di scuola o giovani uomini e donne, apparentemente sani di mente, educati, persino religiosi o studiosi, uccidono amici e parenti (se non addirittura figli), salvo poi con la faccia più candida di questo mondo dichiararsi innocenti e accusare altri. Così come fanno quei politici o furbetti dell'imprenditoria quando negano le frequentazioni con ambienti poco raccomandabili.
L'elezione del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d'America sarebbe per alcuni l'ultimo segnale dell'approssimarsi della fine del mondo. Un musulmano comunista, per giunta meticcio, andrà ad occupare la stanza ovale della Casa Bianca che ha visto illustri uomini guidare le sorti non solo di quel Paese ma dell'intero pianeta. Un uomo di pelle scura che, in altri tempi, sarebbe stato lo stalliere o l'addetto alle pulizie nella casa dei ricchi e illuminati bianchi, esportatori di democrazia, libertà, pace, usi e costumi in tutto il mondo.
We change need. Nel nostro Paese la vittoria dell'afroamericano ha entusiasmato gli animi anche tra coloro che, come si dice, erano culo e camicia con George W. Bush e il Partito repubblicano americano (quello italiano è solo una reminiscenza storica). Chiunque da anni auspica un cambiamento nella nostra classe politica ha visto in Barack Obama il segnale di un'effettiva possibilità di svolta, in conseguenza di un effetto domino. Nella stessa recente campagna elettorale italiana spiccavano cartelli con la scritta "Change". Forse i politici nostrani di sinistra pensavano che change fosse la parolina magica coniata dal mago Merlino per assicurare il potere e la sopravvivenza a una casta che si ritiene inamovibile e indispensabile.
Cambiare vuol dire voltare pagina, iniziare qualcosa di nuovo e diverso; a partire dalle persone. Saremmo capaci noi di inviare alla presidenza del consiglio un altoatesino (come fu Alcide De Gasperi) o un cinese nato nel laboratorio tessile di Prato? Solo personaggi nuovi potranno essere portatori di cambiamenti, politiche e valori diversi.
Il cartello change we need da noi dovrebbe essere modificato in change you must.
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